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Domani, 22 febbraio qui in Italia si festeggia il nuovo anno tibetano, anno Drago di Acqua. In Tibet il 23 febbraio sarà un capodanno di fuoco. Sempre nell'indifferenza internazionale.
Riportiamo l'articolo di Cecilia Attanasio Ghezzi, scritta per Lettera43.
In vista del 23, nuove proteste dei monaci contro Pechino.
Il Tibet brucia. E le fiamme di protesta tornano crescere in prossimità del Capodanno, che quest'anno cade il 23 febbraio e si intreccia alle celebrazioni forzate del 28 marzo, festa imposta dal governo di Pechino per celebrare l'annessione del Paese.
Sono 23 i monaci che si sono dati fuoco in tre anni, dal 26 marzo 2009, per protestare contro l'occupazione cinese: 21 solo da marzo 2011. Si tratta soprattutto di giovani, per lo più ventenni (solo sei hanno più di 30 anni) e maschi (tre le donne). Di 15 si sa per certo che sono morti; gli altri sono stati presi in custodia dalle autorità cinesi e il loro destino è sconosciuto.
GESTI DISPERATI. L'ultimo disperato gesto risale al 17 febbraio: nella remota provincia del Qinghai, nel monastero di Bongtak, controllato a vista dai poliziotti inviati da Pechino, Tamchoe Sangpo (40 anni) si è auto-immolato dopo aver intimato alle guardie cinesi di andarsene dal luogo di culto.
Meno di quattro giorni prima era toccato a Losang Gyatso, un 19enne del monastero Kirti, nella città di Ngaba: si era dato fuoco sulla strada principale della città di Aba gridando slogan contro il governo centrale.
La polizia armata che presidia la città aveva spento le fiamme che lo avvolgevano e poi, picchiandolo, lo aveva trascinato via. Di lui non si è saputo più nulla: sparito nel buco nero del Tibet che lotta per se stesso.
Le immagini delle contestazioni oscurate dai media nazionali
Più della metà dei monaci che hanno scelto di darsi fuoco vengono proprio da qui, dalla prefettura di Aba, una città del Sichuan Nord occidentale che storicamente ha sempre fatto parte del territorio tibetano, ma non è entrata a far parte della Regione autonoma del Tibet.
Si tratta di una zona militarizzata: le autorità hanno bloccato non solo l'accesso fisico ai luoghi, ma anche tutte le connessioni telefoniche. L'isolamento è funzionale al controllo e i check-point sulle strade principali ricordano quelli delle zone di guerra del Medio Oriente, in cui i cronisti non sono graditi.
UN PROBLEMA NASCOSTO. Che le proteste tibetane vadano tenute nascoste ai cittadini non è certo una novità. L'ultimo esempio è stata la visita del vicepresidente (e futuro capo di Stato) Xi Jinping in America: le contestazioni degli attivisti sono state oscurate dalle immagini trasmesse sui media nazionali. Ma se l'Altipiano è nascosto al mondo, la Cina non è nascosta in Tibet.
Le bandiere della repubblica Popolare sventolano su ogni edificio e giganteschi slogan inneggiano alla necessità di stabilità e armonia. Qualcuno, tra gli antichi abitanti del Paese, ha abboccato all'idea dell'unione: le sostanziose rimesse del governo centrale hanno favorito lo sviluppo del business e comprato molti animi. Ma non quelli dei monaci buddisti.
A marzo due date caldissime: polizia cinese pronta alla repressione
Gli scontri sono cominciati a fine gennaio. E, come ogni anno, si accentuano in prossimità del Capodanno tibetano. Nella prefettura autonoma di Ganzi (nella parte tibetana della regione del Sichuan), i cittadini hanno assaltato le stazioni di polizia per protestare contro l'imposizione della festività cinese del 28 marzo. Gli agenti di polizia hanno aperto il fuoco contro la folla, uccidendo almeno due manifestanti.
Visto che Pechino minaccia di licenziare i funzionari di stanza nelle regioni tibetane che si mostrano incapaci di mantenere la stabilità dei territori, i militari sono sempre pronti a intervenire al minimo accenno di tensione.
LA DENUNCIA DI SANGAY. Lobsang Sangay, il primo ministro del governo tibetano in esilio, ha denunciato pubblicamente la situazione, senza perlatro ottenere grande eco.
«Lo schieramento delle forze di polizia sta aumentando rapidamente. Abbiamo visto le immagini di centinaia di convogli pieni di paramilitari con mitragliatrici automatiche che si spostano verso diverse zone tibetane. Temiamo che il governo cinese si stia preparando per qualcosa di molto drastico, imprevedibile e tragico», ha dichiarato alla stampa internazionale.
Il peggio, infatti, potrebbe ancora arrivare. A marzo ci sono due date caldissime: il 10 è l'anniversario dalla fuga in India del Dalai Lama e il 14 è la data simbolo della repressione nella capitale Lhasa, nel 2008. L'esasperazione di molti tibetani è giunta al limite. E, per riassumere la gravità della situazione, basti ricordare che il dialogo tra il governo cinese e quello in esilio del Dalai Lama è interrotto dal 2010.
Martedì, 21 Febbraio 2012
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