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Le app vanno di moda, anche nel divino
Venerdì 10 Febbraio 2012 19:19 |
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App o apps deriva da applications, cioè applicazioni, ossia software, gratuito o meno, che possono essere utilizzate su cellulari di ultima generazione come l'iPhone o nei tablet come l'iPad e altri dispositivi portatili.
Seria infinita di applicazione per tutte le esigenze e gusti. C'è anche un app per fare la spesa (con l'e-commerce, ovviamente): sugli scaffali digitali si striscia il dito sul touch screen dell'iPhone personale e ecco l'ordine è partito....Già, si striscia il dito o si scorre lo schermo con due dita, o sempre con due dita si allarga o si rimpicciolisce una foto. E' la nuova gestualità. Chissà se stiamo progredendo o regredendo, magari fra qualche anno il nostro cellulare-computer-"etantoaltro" sarà un microcip che legge direttamente la nostra mente, così non faremo fatica neanche a parlare. Le mani con tutte le dieci dita serviranno ancora? Forse per fare culturismo in palestra. Non che odi la tecnologia, o la ricerca, tutt'altro; quello che voglio dire è che per arrivare ad una scoperta, a una nuova applicazione veramente utile ce ne sono tante, spesso non indispensabili, che però diventano moda e quindi popolari. Del resto sono "livelli di ricerca", inevitabili, è solo l'uso che se ne fa che diventa criticabile e qualche volta, penso, ci fa perdere la coscienza della nostra umanità. Comunque le app sono diventate ormai strumento tanto comune e diffuso che anche le varie confessioni religiose ne hanno di particolari. Attraverso apps i pope balcanici hanno lanciato anatemi contro i gay pride, «la peste da evitare a ogni costo», e intessuto rapporti più che amichevoli con la galassia nera della destra nazionalista, hanno tuonato contro l'aborto, il Kosovo indipendente e addirittura contro la minigonna. Il patriarcato serbo-ortodosso che non è certo noto per la sua larghezza di vedute, né per la modernità delle sue posizioni, in nome di milioni, potenziali proseliti, ha deciso egualmente di cavalcare internet e le nuove frontiere dell'hi-tech. Aiutata dai programmatori russi, anche l'austera Chiesa ortodossa ha lanciato un'app personale. A breve, gli utenti serbi di iPhone e cellulari con sistema Android potranno scaricare il personalissimo libro di preghiere, selezionate dal patriarcato, inserendo le parole chiave «libro di preghiere ortodosse» negli Apple store e negli Android market. Quale che sia la religione professata, ormai non esiste confessione al mondo che abbia resistito al fascino delle app. Né, d'altra parte, le aziende e i programmatori hanno disdegnato un filone ultra redditizio di business, che ogni mese sforna migliaia di preghiere, guide alle conversioni, rosari formato smartphone o palmare. E milioni di dollari. Matt McKee, un passato da pastore protestante e un presente da titolare di un'azienda americana di software, per esempio, ha pensato bene di compiere la sua buona azione quotidiana, mettendo a disposizione, per 200 mila dollari, le sue app a parrocchie ed enti religiosi no profit. Una moda che, da anni, ha contagiato non solo gli Stati Uniti, ma anche la meno tecnologica Italia. Nel nostro Paese infatti iBreviary, la prima app religiosa, è stata lanciata nel 2008 da don Paolo Padrini. Non a caso, don Padrini è anche - letteralmente - il padre spirituale di Pope2you, il portale che ha segnato l'ingresso ufficiale della Chiesa cattolica nel world wide web. Obiettivo della Santa sede: mettere in contatto Benedetto XVI con milioni di giovani, che possono condividere con i loro amici su internet i messaggi e le cartoline del pontefice. Dal portale, tradotto in otto lingue, è possibile anche accedere ai video del papa su YouTube, a Facebook e al link per scaricare l'app ufficiale del Vaticano. Al di là dei canali istituzionali, nel 2011 sui social network la palma della pagina religiosa più popolare se l'è aggiudicata Jesus Daily, che con i suoi 8 milioni di fan su Facebook ha fatto impallidire i profili di popstar internazionali del calibro di Lady Gaga. O di famosi attori di Hollywood. Tra i cattolici, a spopolare è sicuramente Ave Maria, che trasforma iPhone, iPod touch e iPad in un rosario digitale. E il download, che costa 2,39 euro, la rende un best seller delle app. Strano, ma vero, il boom delle app religione non si è arrestato neanche in Paesi, dove la digitalizzazione dei testi sacri ha innescato dilemmi teologici. Per l'Islam, per esempio, il Corano è un oggetto sacro in sé, che non può essere sostituito da alcun altro libro. Un precetto difficilmente rispettabile su tablet e smartphone, dove le app musulmane convivono, in regime di pari dignità, con giochi vari, navigatori, slideshow e musiche assai profane. Eppure, pur di avere le loro sure (i versetti del Corano) a portata di clic, molti fedeli di Maometto hanno infranto il tabù del dogma, scaricando iQuran, un bignami del libro sacro in versione digitale. L'app più diffusa fra i fedeli di religione ebraica ha preso invece in prestito il nome del testo sacro della Pasqua, Haggaddah. E per chi pratica le religioni orientali, l'app iMantra permette agli utenti di registrare i loro mantra preferiti, scegliendo la propria divinità tra le foto in archivio, oppure caricandone una nuova. Finora, però, a battere ogni record con oltre 6 milioni download, è stata l'app taoista Tao te chin, che dà accesso agli 81 capitoli del testo fondamentale, divorati dai 'lettori digitali'. Con 2,99 euro, i buddisti possono anche scaricare The ultimate buddhism library: la raccolta completa dei 50 libri dell'Illuminato tradotti in inglese. E se quasi tutte le religioni sono ormai sbarcate in Rete a caccia di nuovi proseliti, c'è un credo che, invece, su internet è addirittura nato proponendosi di evangelizzare il mondo reale. Dopo due anni di battaglia legale, all'inizio del 2012 in Svezia il Kopimismo (dall'inglese copyme) è stato riconosciuto come un culto religioso a tutti gli effetti. I «CtrlC» e «CtrlV» sono i suoi simboli sacri, il filesharing il suo credo. Perché, si legge nel sito, «l'informazione è santa, copiarla, per l'organizzazione e i suoi membri, è un sacramento». L'idea è balenata allo studente di filosofia Isak Gerson, novello capo della chiesa dei Kopimisti, che sulla sua homepage ha rivendicato: «L'informazione è un valore in sé per sé e per quello che contiene. Il valore si moltiplica attraverso la copia...». Non è ancora chiaro se il dichiararsi fedeli al nuovo culto metterà al riparo dalle leggi sul copyright. In caso di un secondo verdetto positivo della magistratura, il filesharing unirà, proprio come nella mission di ogni religione tradizionale, i popoli del mondo. Per la prima volta, attraverso il web. (fonte Lettera43)