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Da Lettera43 del 24/12/2011 articolo di Alberto Spiller
Alexis è introverso, diffidente. Ha 12 anni e da quando suo padre è stato ucciso a colpi di mitraglietta in una sparatoria tra narcos, vive per strada nel centro di Guadalajara, in Messico, con tre fratelli e la mamma, che vende dolci in un incrocio.
Basso e gracile per la sua età, saltella da una macchina all'altra nei due minuti che dura il rosso del semaforo di via Hidalgo, cercando di vendere qualche pacchetto di gomme o di caramelle. Con suo fratello di 14 anni aiuta la madre nella vendita ambulante, attività forzata che gli impedisce di andare a scuola e, soprattutto, di giocare a calcio, il suo hobby preferito (da grande vorrebbe diventare calciatore professionista, confessa). Interrompe il lavoro e, superando l'iniziale diffidenza, accetta la proposta di Lettera43.it: scrivere una letterina per chiedere quello che più desidera per questo Natale. «Vorrei un computer per sapere tutto del mondo, tutto quello che succede nel nostro Paese, mi piacerebbe conoscere inglese e francese e poter leggere il carattere gotico. Molte grazie. Buon Natale»: questo è ciò che vorrebbe.
QUASI 6 MILA BAMBINI DI STRADA. A Guadalajara ci sono 5.740 bambini di strada, dei quasi 100 mila minori di 15 anni che vivono in queste condizioni in Messico, secondo dati della Direzione di protezione dell'infanzia. Questo problema coinvolge nel mondo 100 milioni di bambini, la metà dei quali si trova in America Latina, stima l'Unicef. Bimbi che vivono nell'indifferenza delle autorità e della società, sfruttati in lavori infimi, vittime di violenza e abusi di ogni specie. La ricercatrice dell'Università di Guadalajara María Antonia Chávez, che lavora con minori obbligati a prostituirsi (secondo il suo studio a Guadalajara, una delle sei città del Messico con più casi di questo tipo, sarebbero 600) esemplifica, con una sola frase tagliente, la loro situazione: «Nella cultura messicana un bambino di strada senza genitori è peggio di un cane senza padrone, perché magari con un cane ci sensibilizziamo e gli tiriamo un pezzo di carne, invece un bambino di strada ci fa paura».
In Messico, lavorano oltre 3 milioni di minorenni
Invece di scrivere la letterina, Faustino, con la sua mano scura di indigeno otomí, comincia a disegnare sul foglio caratteri deformati e paffuti, gli uni attaccati agli altri. «Vuol dire 'Chino': è la mia tag», spiega. "Chino" è il soprannome con il quale firma i suoi graffiti sui muri del quartiere Cerro del Cuatro, dove i suoi genitori si sono trasferiti prima che lui nascesse, provenienti da una comunità dello stato di Queretaro.
Il suo è uno dei quartieri più violenti di Guadalajara: territorio di nessuno, di migranti indigeni che a partire dagli Anni '80 hanno ingrossato la disordinata periferia della metropoli.
Faustino ha 12 anni, ma è già entrato nella pandilla chiamata "Pvc", una delle tante bande giovanili della sua zona. Quando non va a scuola, cosa che succede quasi sempre, o non va in giro con la pandilla, aiuta sua madre che ha una bancarella di artigianato nel centro della città. Con i suoi nove fratelli vende braccialetti e collane negli angoli delle strade più trafficate. Seduto su un marciapiede, riparandosi all'ombra di un rachitico alberetto dal sole cocente del mezzogiorno, comincia a "graffittare" le sue richieste: «Bambino Gesú mi piacerebbe che mi portassi un computer per poter studiare e che non ci fosse tanta violenza in Messico. Grazie e Buon Natale».
RAGAZZINI RACCOLGONO FRUTTA E CAFFÈ. Con l'inchiesta sul lavoro e l'occupazione di quest'anno, l'Istituto nazionale di statistica e geografia ha rilevato che più di 3 milioni di minorenni lavorano in Messico, dei quali 850 mila hanno meno di 14 anni.
Inoltre, secondo il ministero dello Sviluppo sociale, il 60% del totale di questi minorenni lavora come giornaliero nella raccolta di frutta, caffè e canna da zucchero. La maggioranza sono bambini e bambine indigeni, quasi sempre migranti che abbandonano le loro comunità per recarsi a lavorare nei campi.
Il 40% di questi bambini non va a scuola
Norma del Río, professoressa dell'Università autonoma metropolitana di Città del Messico, dice al riguardo che «la terza parte di questi minori lavorano in condizioni rischiose, hanno orari di 35 ore settimanali e il 70% di loro non riceve alcuna paga».
Scontrosa e decisa, Julieta dimostra più dei 10 anni che ha. Fa braccialetti e collane che vende nel centro di Guadalajara. Inconfondibile con la sua uniforme della scuola elementare, corre di bar in bar, da un ristorante all'altro, lanciandosi senza remore su tutti i gruppetti di clienti che appena si accorgono della sua presenza - o fanno finta di non accorgersene - seguita a distanza da una sorellina piú piccola.
Oltre a lei, Julieta ha altri cinque fratelli maggiori con i quali vive in un paesetto della periferia della città. La mamma la vede ogni tanto, quando arriva a casa ubriaca. Suo padre, invece, non l'ha mai conosciuto. La risolutezza di bambina matura si rispecchia nella sua letterina concisa: «Al bambin Gesú chiedo che mi porti un computer per studiare tanto. Grazie. Buon Natale».
VOGLIA DI STUDIARE. Finito di scrivere, Julieta si sofferma disegnando una candelina. Le chiedo dettagli della sua vita e lei, attenta, soppesando ogni parola, controlla tutto quello che annoto nel mio block-notes. «Ti piace studiare?», le domando, dopo aver letto la letterina. Lei asserisce. «E sei brava a scuola?». Rimane pensierosa: «Sì», risponde. «Alllora la maestra ti mette buoni voti», le dico. «No», risponde istintivamente, però poi anche l'impenetrabile Julieta tentenna: «Sì...no, sì», grida e, arrossita ma sorridente, si allontana di corsa fra il volteggiare delle sue collanine.
L'Organizzazione internazionale del lavoro, Oit, stima che il 40% dei bambini che lavorano in Messico non vadano a scuola. L'organismo precisa che questo fenomeno, oltre a interferire sull'educazione dei minorenni, «impedisce di giocare, stabilire relazioni con persone della loro età e realizzare attività necessarie per il loro sviluppo».
Qui il cellulare è ancora un sogno
Victoria Cruz, rappresentante in Messico dell'Oit, considera il lavoro minorile un problema complesso, la cui principale causa è la povertà. Il Consiglio nazionale di valutazione delle politiche di sviluppo sociale calcola che dei 50 milioni di poveri che esistono attualmente in Messico, 23 siano bambini.
UN CIRCOLO VIZIOSO. «Questo flagello sociale è un circolo vizioso fra povertà e lavoro minorile, perché le necessità delle famiglie obbligano i bambini a lavorare, di conseguenza non possono studiare e senza educazione continueranno a vivere in condizioni di povertà», spiega Cruz. Arturo è magro e allegro. Più che nove anni, sembra averne cinque. È il fratello più piccolo di Faustino, l'indigeno otomí soprannominato "Chino". Succhia la matita senza sapere cosa scrivere. «Non hai niente da chiedere?», gli domando. Lui mi risponde solamente con una smorfia, un impercettibile sorriso che fa risaltare il contrasto tra la sua dentatura nivea e il viso scuro, gli occhi di alabastro e la capigliatura corvina.
LA PACE COME REGALO. Con lo stesso atteggiamento disinvolto con cui mi scruta, mentre pensa cosa scrivere, aiuta sua madre vendendo artigianato per le strade del centro di Guadalajara, guardato a vista da una sorellina poco piú vecchia di lui. Finalmente Arturo si toglie la matita dalla bocca e, con calma, la fa scivolare sul foglio: «Vorrei che non ci fosse violenza ma pace e che mi portasse qualcosa di utile». Qualcosa non lo convince nella letterina che mi ha appena consegnato. Il piccolo indigeno rimane insoddisfatto, dubbioso. Il suo sguardo vivace va dalla mia faccia al foglio, e viceversa. Alla fine, si decide. Con un'espressione furbastra disegnata sul volto, mi si avvicina e me lo chiede. Prende una gomma e sostituisce la parola «utile» con «un cellulare». Sono 3 milioni i minorenni costretti a lavorare. Di questi, 600 mila sono impiegati in settori ad alto rischio, come il minerario, l'edilizia e l'agricoltura. Un flagello sociale che risulta pregiudiziale sia moralmente sia fisicamente per questi bambini. Cifre scomode, che fanno paura; così come spaventa la presenza di un bambino di strada. Rimane la paura, forse, di leggere nei loro sguardi supplicanti le nostre colpe o la nostra indifferenza.
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